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Governo e Parlamento

28 Aprile 2022

Medicina di genere, dall’ospedale per le donne alla rappresentanza in sanità. Gli obiettivi a cinque anni dalla legge



Si chiama woman hospital, ospedale per le donne, è la nuova frontiera. Qualcuno lo potrà definire ospedale “di genere”, ma vi viene esercitata una medicina a misura di paziente e la paziente è donna e le donne rappresentano il 53% della popolazione italiana. Il progetto è avveniristico, ma la possibilità –di cui ha parlato Anna Maria Colao presidente della Società Italiana di Endocrinologia al meeting “Salute della donna politiche per il futuro”, moderato da Beatrice Lorenzin, è già stata utilizzata in Olanda, negli Stati Uniti ed in Asia, ed è vista con interesse anche dal ministro della Salute Roberto Speranza, ospite dei lavori.  L’incontro è un’occasione per celebrare la Giornata della Salute della Donna ma riveste interesse soprattutto per due motivi: avviene a poco meno di cinque anni dal varo della prima legge sulla medicina di genere, ed è occasione non solo per fare un punto sulla sua attuazione (che prevede percorsi orientati sul genere nelle sperimentazioni e nei ricoveri ordinari, un centro di riferimento, un piano di formazione) ma anche sui gap tra generi esistenti a livello sia italiano sia mondiale. I dati di Colao sono internazionali: l’80% delle terapie innovative è testato nel sesso maschile «a dispetto di dati di fatto che giustificano un equilibrio come la diversa percentuale di grasso corporeo, la donna ne ha un 20% in più dell’uomo, e le sue conseguenze sulla veicolazione dei farmaci e sui dosaggi dei medicinali, inclusi quelli oggi d’uso più comune». La donna è svantaggiata anche in Italia, dove però lo svantaggio rispetto al resto d’Europa è accentuato da una minore rappresentanza femminile ai ruoli di comando. Paola Testori Coggi responsabile della task force Global Health & Covid 19 ricorda l’indagine Fiaso-Sda Bocconi secondo cui le donne medico sono il 44% ma le apicali (intese come direttori di struttura complessa) sono il 17% appena contro il 25% della media dei paesi dell’Unione Europea, e le donne Direttore Generale di Asl od ospedale sono il 18% anche se a livello di candidate nelle liste dei manager sono il 26%: non è vero che non si presentano o fanno dei “passi indietro” (quelli li vediamo tra poco, sulla salute), in Lombardia sono il 25% alle selezioni per i manager ma sono state scelte l’ultima volta nel 5% dei casi, in Sicilia dov’erano il 17% sono state scelte nel 7% dei casi. Un incentivo sarebbe inserire anche nella legge sulla concorrenza delle quote per i ruoli apicali nel Servizio sanitario pubblico com’è stato fatto sulla scia europea per le società per azioni, un tema su cui Lorenzin e Sandra Zampa, già viceministro della Salute, si impegneranno in queste settimane. 

Tornando ai temi della patologia, della mancata partecipazione agli screening, del Covid che ha tenuto lontane le pazienti a partire dalla prevenzione, importanti le riflessioni di Eleonora Porcu vicepresidente III Commissione del consiglio superiore di sanità e di Roberta Rossini dell’ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo, cardiologa: le donne conoscono poco se stesse, non viene affrontata un’adeguata formazione/informazione sulla loro diversità ma anche semplicemente sulla loro salute a partire da quella riproduttiva e da quella cardiovascolare, e se ci sono in atto delle sperimentazioni farmacologiche, gli uomini si fanno avanti per partecipare, mentre alcune pazienti, anche richieste, vedono con un certo timore i tempi burocratici dell’arruolamento. E si perdono occasioni. Il ministro Speranza ha sottolineato che, con l’iniezione di liquidità alla sanità pubblica consentita dai fondi europei del Recovery Plan è il momento di investire su medicina di genere e prevenzione, specie in campo oncologico. Altro tema interessante a cinque anni dalla legge è fino a che punto sia appropriato insistere sulle differenze di genere. «La medicina di genere è la medicina che tutti noi dovremmo avere per obiettivo, ordinariamente, considerando differenze e disequità e dando risposte a tutte le posizioni che hanno meno voce nella nostra società, l’età, l’etnìa, le condizioni sociali», riflette Anna Maria Moretti presidente della Società scientifica Giseg-Gruppo Italiano Salute e Genere. C’è poi chi di peso ne ha avuto fin troppo quando era decisore e ora ne ha meno: l’anziano, assistito in ospedali pensati 40 anni fa, dove oggi i contesti non sempre privilegiano l’umanizzazione e non sono nemmeno sostenibili: per le classi d’età più elevate – sottolinea Roberta Siliquini Scuola Igiene UniTo –la risposta è nella telemedicina e nell’assistenza territoriale organizzata. Beatrice Lorenzin conclude sottolineando come le sollecitazioni su una maggiore e migliore informazione siano ineludibili per il governo soprattutto ora che la guerra silenzia la pandemia e con essa persino gli aspetti del pianeta salute che il virus ha messo in secondo piano.


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