sanità
23 Ottobre 2023 Domenica scorsa c’era pure Don Luigi Ciotti di Libera in piazza con le opposizionia manifestare per il diritto alla salute e “contro lo smantellamento del servizio sanitario pubblico, a favore del privato”. Partite in sordina in estate, stanno infatti iniziando a fare rumore le proposte di referendum per cambiare la sanità lombarda e centrarla di meno sul dualismo pubblico privato
Domenica scorsa c’era pure Don Luigi Ciotti di Libera in piazza con le opposizioni di Centro-Sinistra davanti alla sede della Regione Lombardia a manifestare per il diritto alla salute e “contro lo smantellamento del servizio sanitario pubblico, a favore del privato”. Partite in sordina in estate, stanno infatti iniziando a fare rumore le proposte di referendum per cambiare la sanità lombarda e centrarla di meno sul dualismo pubblico privato. Nei giorni scorsi, i quesiti che avrebbero potuto modificare il testo unico delle leggi regionali (legge 33/2009) sono stati bocciati dal Consiglio regionale. Adesso il comitato promotore ha annunciato ricorso al Tar. Il referendum per abrogare tre parti della legge 33 del 2009 era stato presentato da 117 cittadini sostenuti dalle opposizioni il 27 luglio. Tre i quesiti. Il primo chiedeva di eliminare l’equivalenza tra strutture pubbliche e private nell’offerta sanitaria e socio-sanitaria, Il secondo poneva il problema di eliminare la facoltà delle ATS di autorizzare accordi anche con soggetti privati accreditati per rilevare funzioni e servizi pubblici. il terzo, il più attuale, chiedeva di cancellare la possibilità per le strutture private accreditate di concorrere per l’assegnazione di Case ed Ospedali di Comunità. Nelle Regioni sull’ammissibilità dei referendum decidono i consigli regionali. E con 45 voti favorevoli su 47 presenti il Consiglio della Lombardia ha approvato un ordine del giorno della maggioranza che delibera l’inammissibilità della proposta di referendum abrogativo per via di “vizi insanabili” nei tre quesiti. Sarebbero stati un po’ troppo generici. Una nota del Consiglio spiega che ogni quesito deve essere “chiaramente e immediatamente intellegibile dal corpo elettorale”, mentre il primo quesito verte su “parole” e non su leggi, articoli o commi specifici. Quanto al secondo e terzo quesito, secondo il Consiglio riguardano proposte di abrogazione che “potrebbero determinare carenze nella capacità del sistema di garantire l’erogazione delle prestazioni idonee ad assicurare i livelli essenziali di assistenza, con conseguente potenziale lesione del principio costituzionale di tutela della salute”. Infine, i quesiti “sono caratterizzati da contraddittorietà e assenza del carattere unitario” e dalla “presenza di temi distinti e non omogenei, suscettibili di determinare atteggiamenti differenziati nel corpo elettorale”. Non è stato inoltre sottoposto al voto in Consiglio un ordine del giorno della minoranza di PD, M5Stelle, Patto Civico e AVS e sottoscritto anche dai due componenti di minoranza dell’Ufficio di Presidenza. Qui si chiedeva di non bocciare i quesiti e di invitare i proponenti a riformulare la proposta ma il Presidente Federico Romani non lo ha ammesso in quanto “non inerente all’oggetto della discussione”.
“Ciò che è accaduto in Consiglio regionale è una operazione autoritaria ancor più intollerabile in quanto si è cercato addirittura di rovesciare sui proponenti la responsabilità di voler affossare la sanità lombarda!”, dichiarano i rappresentanti del Comitato promotore dei quesiti referendari Marco Caldiroli (Medicina Democratica), Federica Trapletti (Cgil), Vittorio Agnoletto (Osservatorio Salute), Massimo Cortesi (Arci), Andrea Villa (Acli). E ribadiscono come gran parte dei lombardi ogni giorno faccia i conti con liste d’attesa “ormai pluriennali e con un esercizio commerciale della salute che taglia fuori dalle possibilità di cura decine di migliaia di cittadini, soprattutto delle fasce più deboli. I fatti sono sotto gli occhi di tutti, oggetto di innumerevoli segnalazioni”.
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