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23 Febbraio 2023

Consumi sanitari, aumentare le risorse a disposizione. Il punto dell’Osservatorio Bocconi

La sanità italiana non ce la fa più. E si torna a discutere di Fondi integrativi e di assicurazioni obbligatorie per tutti, una strada intrapresa da paesi molto meno poveri del nostro. Quest’anno la spesa sanitaria complessiva veleggia verso i 170 miliardi di euro, di cui 128 di spesa pubblica. Quest’ultima, 22 anni fa era 65 miliardi: la metà


La sanità italiana non ce la fa più. E si torna a discutere di Fondi integrativi e di assicurazioni obbligatorie per tutti, una strada intrapresa da paesi molto meno poveri del nostro. Quest’anno la spesa sanitaria complessiva veleggia verso i 170 miliardi di euro, di cui 128 di spesa pubblica. Quest’ultima, 22 anni fa –nel 2000- era 65 miliardi: la metà.
La qualità del servizio sanitario malgrado l’aumento di costi del 100% non è migliorata perché il potere d’acquisto del Fondo sanitario non è aumentato, la sua crescita è la stessa dell’inflazione. Siamo al 6,5% del prodotto interno lordo, collocandoci tra Spagna e Regno Unito; Francia e Germania spendono due punti in più di Pil. Di spesa privata, in genere sostenuta dagli italiani con esborsi di tasca propria, dobbiamo aggiungerci 2 punti percentuali di Pil: in miliardi sono 40, ma – a meno di non alzare le tasse per sostenere il Servizio sanitario – dovrebbero essere 20 di più per raggiungere i livelli di welfare del Regno Unito e 40 per ottenere, sulla carta, i livelli di Francia e Germania. In occasione dei 10 anni dell’Osservatorio dei Consumi Privati in Sanità (OCPS), i ricercatori di SDA Bocconi con il sottosegretario Marcello Gemmato, il DG Agenas Domenico Mantoan, l’assessore al bilancio campano Ettore Cinque, i DG Sanità di dell’Emilia-Romagna Luca Baldino e del Lazio Massimo Annichiarico, hanno fatto un punto sulla sostenibilità futura del Servizio sanitario.
Come si legge nella presentazione dell’evento, “La capacità del sistema di rispondere adeguatamente (ai bisogni, ndr) non potrà prescindere da un aumento delle risorse”, ma gli italiani, emerge dal convegno, nei sondaggi spingono perché le risorse siano spese innanzi tutto per le pensioni. E dire che di paure per la salute dovremmo averne, vista la peculiarità della Penisola nella demografia mondiale: 35% di abitanti over 65 già oggi; 700 decessi anno contro 400 mila nati vivi (nel 2000 erano pari, 500 mila); Sud superato dal Nord per natalità; un quarto della popolazione residente in comuni che perdono abitanti da 40 anni e sono destinati a perdere giovani e servizi. Restiamo 60 milioni grazie a 5 milioni di extracomunitari: entrano 300 mila migranti l’anno e una parte dei 400 mila nuovi nati sono “nuovi italiani”. 

Dalle relazioni dei ricercatori Francesco Billari e Luigi Preti emerge l’impossibilità per un paese immerso nell’inverno demografico di continuare a pretendere una sanità pubblica che si espande; al contrario, serve riflettere su soluzioni diverse. Mario Del Vecchio fondatore dell’OCPS ne propone tre, che non si escludono tra loro: primo, abbassare le aspettative della gente facendo spiegare alla politica da quali prestazioni la sanità deve sganciarsi (riabilitazione, o visite ed esami specialistici che già sono coperti per il 50 ed il 25% dalle tasche dei cittadini); secondo, integrare pubblico e privato sia nell’offerta di prestazioni sia nella domanda così che non vi siano duplicazioni di servizi: oggi ad esempio le polizze salute nei contratti dei dipendenti di grandi aziende passano lo screening mammografico in contemporanea con regioni, generando doppioni inutili; terzo, trovare forme di accompagnamento dei consumi privati per i meno abbienti che non possono assicurarsi. «I manager di Asl e ospedali già vedono lo squilibrio tra budget ed aspettative delle persone, ma dovrebbero aprire un dialogo autonomo con la collettività su questo, che la politica non lo apra non è una giustificazione», dice Del Vecchio. All’estero molti paesi hanno rivisto la composizione della spesa sanitaria, o spingendo perché i residenti accedessero a coperture private obbligatorie (Francia), o costruendo un welfare assistenziale fortissimo (Germania), o imponendo nuove tasse (National Health Contribution nel Regno Unito) o incentivando le assicurazioni volontarie (Olanda, Spagna). Per Mantoan (Agenas) «sono inevitabili o un Fondo nazionale o fondi regionali che, magari integrandosi con fondi privati, copriranno prestazioni integrative inclusa la non autosufficienza (oggi finanziata con 25 miliardi aggiuntivi da Stato e Comuni più la spesa privata per le badanti ndr) o il ticket sui farmaci». Cinque (Campania) ricorda però che i fondi integrativi interessano il 43% dei lavoratori del Nord-Ovest e il 5% di quelli del Sud. Già oggi di spesa privata un cittadino lombardo dispone, modelli 730 alla mano, di 3 volte le risorse di un campano. Né aiuta molto il fatto che il tema dell’autonomia delle regioni del Nord sta monopolizzando i rapporti tra stato e regioni, osserva Annichiarico (Lazio). Il sottosegretario alla Salute Gemmato sta ai fatti: il governo ha appena mosso passi importanti nella copertura delle malattie rare, ha rifinanziato le prestazioni ai pazienti rimasti in lista d’attesa causa Covid con 340 milioni che non erano stati spesi dalle regioni, ha destinato al Fondo sanitario 7 miliardi nei prossimi 3 anni evitando il crollo del rapporto tra spesa e Pil preventivato dal governo precedente.

Per Francesco Longo, ricercatore CERGAS UniBocconi, moderatore ai lavori, i fatti sembrano un po’ diversi: oggi mentre si sbandiera la difesa del servizio sanitario pubblico universale, chi è povero non può pagarsi la retta del ricovero di un genitore non autosufficiente; chi ha un intervento chirurgico da fare nel privato attende un mese e chi ce l’ha nel SSN aspetta anche un anno; le agende di ambulatori ospedalieri pubblici e privati convenzionati non cambiano perché, a risorse ferme, richiamano sempre gli stessi pazienti per i controlli. «O si seleziona l’attività che il pubblico intende riservarsi –conclude – o si aumenta l’offerta pubblica privata, magari calmierata, o si indirizzano gli italiani all’assicurazione con interventi del pubblico in favore di chi permettersela non può».

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