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Governo e Parlamento

16 Gennaio 2024

Autonomia differenziata, il testo approda in aula al Senato. Ecco i temi chiave

Superato l’esame della Commissione Bilancio, che ha modificato dei passaggi, il Ddl definisce i principi generali in base ai quali attribuire alle Regioni a statuto ordinario “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” in base all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione modificata nel 2001. Inoltre, fissa le procedure per giungere ad intese su ulteriori autonomie tra lo Stato e le Regioni richiedenti, incluse quelle a statuto speciale


Approda in Senato il disegno di legge sull’autonomia differenziata, che in prima istanza interessa tre regioni: Lombardia e Veneto (per 23 competenze oggi “concorrenti” con lo Stato) ed Emilia Romagna (per 15 competenze). Superato l’esame della Commissione Bilancio, che ha modificato dei passaggi, il Ddl definisce i principi generali in base ai quali attribuire alle Regioni a statuto ordinario “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” in base all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione modificata nel 2001. Inoltre, fissa le procedure per giungere ad intese su ulteriori autonomie tra lo Stato e le Regioni richiedenti, incluse quelle a statuto speciale.

I livelli essenziali delle prestazioni - L’articolo 1 subordina la concessione dell’autonomia alla determinazione da parte dello stato dei livelli essenziali delle prestazioni (articolo 117, primo comma, lettera m della Costituzione) da garantire su tutto il territorio nazionale perché a tutela dei cittadini in materie o ambiti di materie riferibili ai diritti civili e sociali garantiti su tutto il territorio nazionale. Per determinare i Lep su giustizia, istruzione, tutela dell’ambiente, sicurezza sul lavoro, ricerca, tutela della salute, sport, trasporti e comunicazioni, energia, etc, la manovra 2023 ha istituito una cabina di regia. C’è a supporto un comitato di 61 giuristi guidato da Sabino Cassese (la scorsa estate si sono dimessi in dissenso quattro esponenti chiave, tra cui l’ex premier Giuliano Amato e il padre del primo federalismo Franco Bassanini). L’articolo 3 del Ddl Calderoli chiama il governo ad individuare i fabbisogni standard delle singole regioni e le spese da fare per garantire i Lep e a formare degli schemi di decreto uno per materia. Se non arrivano i decreti è prevista la nomina di un commissario. Per le materie in questione, il trasferimento di funzioni, risorse, strumenti e personale da ministeri a regioni è ammesso solo una volta determinati i Lep.

Gli iter stato-regione - L’articolo 2 disegna gli iter con cui si arriva alle intese Stato-regione sulla “devolution” di poteri. Per tutelare l'unità del paese, il premier può limitare l'oggetto del negoziato a materie o ambiti di materie individuati dalla Regione nella richiesta. È il Consiglio dei ministri ad approvare lo schema di intesa preliminare Stato-Regione, su proposta del ministro per gli affari regionali e successivo parere della Conferenza Stato Regioni entro 60 giorni. Ricevuto il parere, lo schema di intesa va alle Camere che si dovranno esprimere entro 90 giorni, udito il Presidente della Giunta interessata. Anche se il parlamento non si pronuncia, scaduto il tempo, il premier dispone o ri-negozia lo schema di intesa definitivo e, ove ritenga di non conformarsi agli atti di indirizzo del parlamento, ne relaziona alle Camere. Poi lo schema definitivo è trasmesso alla Regione interessata per approvazione. Dopo l’ok della regione, comunque, il CdM deve sottoporre l’intesa e la sua ratifica nuovamente alle camere, chiamate ad approvare a maggioranza assoluta. L’articolo 5 si occupa dei criteri per individuare risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative che devono passare dai ministeri centrali alle regioni; li fisserà un dpcm su proposta di una Commissione Stato-Regione-Autonomie locali. Le intese stato-regione (articolo 7) durano 10 anni e possono essere modificate su iniziativa dello Stato o della Regione, anche sulla base di atti di indirizzo adottati dalle Camere.

L’unità del paese - Il parlamento può far cessare le intese se ci sono rischi per la coesione e la solidarietà sociale. Il governo (articolo 11) può inoltre esercitare i poteri sostitutivi nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria o di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica, o se lo richieda la tutela dell'unità del paese. Dal punto di vista dei costi (articolo 8) ogni anno una Commissione paritetica stato-regione valuta gli oneri finanziari sostenuti dalla regione “autonoma” per erogare i servizi connessi ai poteri ottenuti, e verifica la convergenza tra i bisogni di spesa definiti e gli incassi dei tributi compartecipati per finanziare le nuove funzioni. In caso di scostamenti, di anno in anno il Mef, previa intesa Stato-Regioni, adotta, su proposta della Commissione paritetica, le variazioni delle aliquote di compartecipazione definite nei limiti delle risorse disponibili. Infine (articolo 9) le intese pro-regioni “avanzate” non possono pregiudicare l'entità e la proporzionalità delle risorse da destinare a ciascuna delle altre Regioni.


Il clima politico - Il timore è che l’autonomia differenziata, come spiega in questi giorni il Report della Fondazione Gimbe sulle Migrazioni sanitarie, penalizzi ulteriormente soprattutto le sanità del Sud. Dalla Puglia alla Basilicata alla Calabria i sindaci sono scesi in piazza per protestare. Al Senato, il centro sinistra ha pronti circa 400 emendamenti. Anche FdI è critico, sia sulla determinazione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) sia sul trasferimento delle funzioni, e propone una clausola di salvaguardia per aumentare le risorse anche alle Regioni che non hanno chiesto l'Autonomia.

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