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New Normal

20 Ottobre 2023

Il New Normal della Sanità: il futuro remoto

Continua il percorso tratto dal volume “Il New Normal della Sanità”, edito da Edra e scritto dal presidente IMIIS, Paolo Colli Franzone. Ecco la terza puntata della rubrica che prova a spiegare ai professionisti della sanità quale futuro li attende

di Paolo Colli Franzone


Il New Normal della Sanità: il futuro remoto

Come ci cureremo, tra vent’anni? Quali patologie saremo riusciti a sconfiggere, e quali ne avremo di nuove? E ancora: come sarà fatto l’ospedale del futuro, come lavoreranno i medici e gli altri operatori sanitari? Quali nuovi strumenti avranno a disposizione grazie ai progressi della ricerca?
Ci vorrebbe la sfera di cristallo, per far previsioni di così lungo termine. L’unica cosa che possiamo fare è tentare di mappare i principali fronti della ricerca scientifica e dello sviluppo di nuove tecnologie (sanitarie e informatiche), tentando di individuare ciò che – ragionevolmente – tra vent’anni (ma anche meno) sarà disponibile.

Nei centri di ricerca dell’intero pianeta si lavora quotidianamente allo sviluppo di nuove tecnologie, nuove applicazioni di tecnologie già esistenti, nuove metodologie di processo, nuove molecole, e molto altro ancora. E appena si risolve un problema, ecco che se ne presenta immediatamente uno nuovo, in una perenne rincorsa che è il principale motore dell’innovazione.
Volendo concentrarci su tutto ciò che ha a che fare con le tecnologie dell’informazione a supporto dei medici (ospedalieri e non), possiamo identificare un paio di orizzonti che vale la pena di scrutare con maggiore attenzione: la realtà virtuale e quella aumentata, il digital twin, il Metaverso.

Realtà virtuale e aumentata
La possibilità di “immergersi” in una realtà che non esiste fisicamente, utilizzando visori o appositi occhiali, potendo anche sovrapporre questa visione virtuale con elementi reali, nasce negli USA intorno alla fine degli anni ’80 ad opera di Jaron Lanier. Un paio di anni dopo, lo scrittore americano William Gibson conia la locuzione “Cyberspace” per definire un mondo dove i contenuti reali e quelli virtuali convivono e costituiscono un tutt’uno.
La realtà aumentata è già piuttosto utilizzata in ambito medico, ad esempio in sala operatoria e in alcune applicazioni specializzate nella riabilitazione, ma sicuramente nel futuro più remoto che stiamo tentando di svelare diventerà protagonista e accompagnerà quotidianamente medici, infermieri, tecnici della riabilitazione e pazienti.
Anche la telemedicina, che oggi facciamo utilizzando una comunicazione video fra soggetti “reali”, si arricchirà di potenzialità attraverso la realtà aumentata.

Il digital twin
Il “gemello digitale” di una qualsiasi entità fisica è la sua rappresentazione in termini numerici, un vero e proprio modello matematico. Nel caso di un essere umano, il digital twin viene costruito partendo da immagini tridimensionali (il corpo, sia a livello esteriore che interno, ad esempio una TAC 3D total body) e dai dati che rappresentano il funzionamento complessivo della “macchina” (la circolazione del sangue, i flussi respiratori, eccetera). Possiamo “navigare” fuori e dentro il corpo, vedere il sangue che circola, vedere come funzionano (o non funzionano) determinati organi, e via di seguito.

Le applicazioni del digital twin in campo medico sono moltissime: poter disporre della rappresentazione numerica di un corpo umano (di “quel” corpo, quello del paziente sul quale stiamo lavorando), o anche solo di una parte di esso (un organo, un tessuto) significa poter sottoporre quel modello a qualsiasi simulazione. Possiamo capire come reagirà a un determinato principio attivo, o come risponderà a uno stress chirurgico, o come si deteriorerà nel tempo in assenza di terapie specifiche.
Rispetto alle interazioni in realtà aumentata, la differenza principale è che possiamo interagire col digital twin di Mario Rossi senza che lui debba essere necessariamente connesso: il digital twin può lavorare in totale autonomia rispetto all’entità fisica che rappresenta, mentre la realtà virtuale non può farlo.

Questo significa poter simulare un intervento chirurgico in modo assolutamente realistico, con tanto di visualizzazione delle azioni/reazioni e delle conseguenze ad esse, ma anche simulare una terapia farmacologica verificandone gli effetti.
Il prerequisito, ovviamente, è che il modello matematico col quale operiamo sia ben addestrato, e possa quindi rappresentare correttamente gli eventi che sta “immaginando”.

Per fare un esempio, se il mio digital twin sa che io peso X Kg e conosce alla perfezione tutti i miei dati emodinamici, potrà calcolare la variazione di ritorno venoso al variare del mio peso corporeo.
Si dirà: “sì, ma questo lo può fare anche una calcolatrice”.
D’accordo. Ma una calcolatrice non potrà mai rappresentare visivamente i benefici circolatori ottenuti grazie a questa variazione di ritorno venoso.
Così come non potrà mai farci vedere su uno schermo come muta complessivamente la mia circolazione arteriosa se mi sottopongo a una aneurismectomia dei vasi intracranici.

Questo del digital twin è un mondo davvero affascinante, che alcuni sempliciotti hanno banalizzato affermando che il gemello digitale è la semplice elencazione numerica di dati clinici, tipo il fascicolo sanitario elettronico. Il problema di quando gli informatici parlano di medicina (peggio ancora, di quando si sostituiscono ai medici nella progettazione di software clinico) è serio. Ma è un altro discorso, che meriterebbe una trattazione più approfondita.
Difficile dire se davvero tra vent’anni saremo riusciti a trasferire in un modello matematico tutto il corpo umano nella sua complessità fisiologica e nelle sue trasformazioni causate da patologie. Per capire se ce la faremo, consiglio la lettura di un gran bell’articolo (“A novel cloud-based framework for the elderly healthcare services using digital twin”, https://ieeexplore.ieee.org/document/8686260) scritto da un gruppo di ricercatori cinesi che da tempo lavorano su questi temi.
Di sicuro c’è che la strada è ampiamente tracciata.

Metaverso
Il Metaverso viene comunemente definito come uno spazio tridimensionale all’interno del quale le persone fisiche possono muoversi, condividere cose e interagire.
Praticamente, la stessa definizione della realtà aumentata. L’unica differenza è che è possibile vivere l’esperienza del Metaverso anche con un semplice tablet o PC, mentre invece nella realtà aumentata ci si immerge solamente indossando occhiali o visori.

Da mesi il pianeta è subissato da campagne di marketing che vogliono venderci il Metaverso (immediatamente riconducibile a una specifica piattaforma social e al suo fondatore) come la soluzione finale a tutti i problemi del mondo, compresi quelli relativi alla salute.
E fino a quando ci si limita a dire che nel Metaverso potremo prendere un appuntamento con il cardiologo o chiedere a un avatar se l’aspirina è meglio prenderla a stomaco vuoto o pieno, niente di male. Anzi, ben vengano metaversi di questo tipo!
Le cose si complicano quando si tenta di vendere il Metaverso come piattaforma per la telemedicina, o – peggio ancora – per curare patologie. È indubbiamente vero che le tecnologie utilizzate nel Metaverso si prestano anche a questo tipo di applicazioni, ma il rischio di mettere dati sensibilissimi nelle mani di una piattaforma commerciale (perché il Metaverso questo è) è decisamente inaccettabile.
Un conto è utilizzare un’applicazione di realtà aumentata (certificata DM!) per curare il Parkinson, tutt’altra cosa è andare nel “Facebook Hospital” e farlo, magari, tra un banner pubblicitario e l’altro.

Di realtà virtuale/aumentata, digital twin e Metaverso ne parlo nel mio libro “Il New Normal della Sanità” (Edra editore, disponibile su Kindle e sulle maggiori piattaforme di editoria online), provando a mettere un po’ d’ordine tra potenzialità reali e sogni di marketing, tra applicazioni concrete e illusioni cibernetiche.

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